Giudizi critici

Da alcuni giudizi tratti dal Catalogo “Renato Foresti 1900-1973”, novembre 2018

.Come molti pittori del suo tempo, Foresti si avvalse di sigle pittoriche costruttive e insieme vibranti, con gamme di colori succose e terragne, dove s’era sedimentata la lezione austera della generazione di Ottone Rosai. E come molti pittori, si cimentò in vari “generi”: gli interni di taglio contenuto e intimo con figure familiari, i ritratti severi (benissimo documentati anche dai disegni), le nature morte dedicate alla quieta dignità degli oggetti quotidiani, i paesaggi scomposti e ricomposti a forza di pennello per captare la prospettiva implicita nei colli e nelle vallette segnati dal lavoro umano e punteggiati d’insediamenti nitidi come corpi geometrici nelle terse lontananze, le vie cittadine della Firenze minore recanti le tracce d’una povertà atavica e d’una guerra recente.

Officine, fonderie, impianti, moli brulicanti, perfino un deposito di rottami ferrosi, prendono un piglio grandioso, al di fuori però d’ogni retorica o volontà celebrativa. Vi si percepisce la sobria soddisfazione per un progresso industriale, che non poteva all’epoca esser considerato se non in termini positivi.

   Cristina Acidini, Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze

Sono trascorsi quasi cinquanta anni dalla morte di Renato Foresti e dall’ultima mostra dedicata alla sua opera che i figli vollero realizzare postuma in omaggio al padre. Il silenzio che ha avvolto l’opera di Foresti, che non è stata oggetto di subitanea mercificazione da parte della famiglia, ma è stata vissuta come un vero e proprio patrimonio artistico, oltre che affettivo, ne ha permesso la salvaguardia sia quale corpus, ancor oggi apprezzabile, sia mantenendone l’intrinseca verità. I quadri, i disegni, le tecniche dell’artista, sono, cioè, stati sottratti al giudizio critico che spesso, in questi decenni, si è nutrito di sovrastrutture estetiche, ideologiche e di mercato. Questo tempo, che potremmo definire di sospensione, ci permette oggi di tornare a godere con libertà e, se si vuole, a valutare, l’opera di un uomo il cui talento artistico si manifestò precocemente e

che, dotato di questa certezza, dedicò una parte della sua vita a sviluppare questa attitudine

al segno, al colore, all’invenzione compositiva e narrativa.

Foresti definì il carattere, modellò la pennellata, andò alla ricerca del colore, trovando un consenso ampio sia nella critica, sia tra i maestri come Giovanni Colacicchi e coltivò una ricerca che non si espresse nell’adesione a correnti o nella formazione di gruppi autonomi, ma personalmente. Foresti lavorò nel proprio studio, ma non fu mai solitario grazie al confronto nei circoli artistici a cui partecipò con vivace passione, seppur con dovuto distacco, e gli amici che conquistò con grande umanità e con cui instaurò una ironica e sottile competizione nella rappresentazione della realtà.

   Domenico Viggiano e Enrico Sartoni, curatori del Catalogo “Renato Foresti 1900-1973”

La realizzazione di vere e proprie ‘nature vive’ costituite dalle visioni degli impianti industriali e degli operai costituiscono oggi uno degli aspetti più interessanti del lavoro artistico di Foresti che proseguì questa sua ricerca visiva anche dopo il trasferimento a Firenze, quando si stabilì nel capoluogo toscano quale direttore tecnico della Toscana Gas. Più volte e da più voci, negli anni successivi, è stato rilevato come Foresti si sia accostato al tema dell’industria realizzando una narrazione priva di qualsiasi tratto sociale e politico, ma permeata da una fidente immagine di laboriosità e identità.

Foresti fu intento a bloccare quell’attimo che non sfuma, non sfoca, non tramuta la realtà, ma la rivela. Questo sentimento si percepisce con forza nella grande galleria di uomini e di donne che Foresti ritrasse. In quelle opere la forma e il colore prendono improvvisamente vita sulla tela per donare, oltre l’obiettività di una fotografia, la sensazione di un contatto.

Ricercare Renato Foresti è, in ultima analisi, provare a riproporre l’unità delleluci riflesse da un prisma, riconnettere, cioè esperienze umane, artistiche e professionali dalle varie forme e dimensioni che rappresentano, per la Toscana del secondo Dopoguerra, un unicum.

La pittura di Foresti non è, ancora oggi, un semplice invito a percepire emozioni momentanee, è una sfida che si rinnova costringendo lo spettatore ad osservare l’unico dato (in)certo della nostra vita: la realtà.

   Enrico Sartoni, curatore del Catalogo “Renato Foresti 1900-1973”

I suoi interni ben descritti in pochi e semplici passaggi formano insieme al parallelo linguaggio visivo delle sue novelle, una sorta di antologia familiare vera protagonista di ogni sua opera, insieme alla forte esigenza come artista di declinare un personale linguaggio creando un convincente repertorio vicino alle espressioni artistiche del suo tempo tramite un sentimento di indagine del vero comune anche ad Ardengo Soffici, Ennio Cocchi, Arrigo Dreoni ed al talento a

lui più vicino insieme a Bernardini, quello dell’amico Vieri Torelli.

Un artista, Foresti, che dipingeva ed amava mettere in scena i momenti familiari dando alle stanze della sua casa l’atmosfera di un palcoscenico, in una sorta di enorme casa di bambole dove lui stesso rimaneva colpito da un piccolo frammento come un tavolo in cui le signore giocano a carte, ed ancora molte suggestioni realizzate grazie a rapidi schizzi con una notevole perizia di un segno sicuro ed agile di alcuni ritratti composti di getto.

Analizzando il ritratto che Foresti dipinse nel 1957 di Piero Bernardini, che fu acquistato per le collezioni Novecentesche del Comune di Firenze nell’ottobre 1959, ci si può rendere conto di quante memorie della pittura italiana ed anche francese convergano sulla restituzione dello spazio. Nel ritratto il Foresti non vuole soltanto raffigurare l’amico mentre dipinge nel suo studio, ma mettere in scena alcuni elementi gustosi e descrittivi di contorno. Foresti in questo ritratto, così come in altre tele, ha un ritmo uniforme che del resto accompagna la sapiente analisi e la perizia disegnativa del contorno, per la scelta di colori spesso chiari, espressione della sua personalità disposta a ricreare in modo sincero e con lucida analisi e sapiente sintesi i temi più disparati sempre risultato del suo raccoglimento creativo, di un’intima disposizione al silenzio ed alla poetica sincerità che proveniva dallo stesso soggetto scelto, e che forse era l’aspetto che di lui aveva più apprezzato lo stesso Giovanni Colacicchi.

   Simonella Condemi, Curatrice Galleria Arte Moderna di Palazzo Pitti

.L’aderire dell’opera d’arte a sentimenti e pensieri di autenticità dovette generare in Foresti una ricerca formale non sempre facile, che poté essere argomento di confronto nella duratura e “affettuosa corrispondenza” con Melli. Preso in una costante e vagliata scelta che alterna una pittura più corposa e costruttiva, vicina al maestro ferrarese o dal sapore cézanniano, e una pennellata immediata e sentita ma stesa con modi più lisci, tipica dei dipinti dedicati al lavoro industriale e agli impianti metallici, interlocutori primari della sua professione di ingegnere, Foresti mantiene salda una visione dell’uomo applicata all’impegno, alla fiducia attentamente ricercata nell’agire come nell’osservare il dato della natura, indicativa della veduta dall’alto, “a volo d’uccello”, che in certi dipinti e nel “suo disegno” sembrò a Colacicchi “un mezzo poetico appropriatissimo”.

Di un insolito tenore saldo ed ermetico sembra appunto risentire la Natura morta con drappo nero dipinta da Foresti nel 1941. La composizione si mostra più ferma, nell’atmosfera decantata dei pochi colori che dànno forza agli oggetti, una lucerna in metallo e un vasetto in terracotta accostano un profilo di giovane tracciato all’antica su una tavoletta, esibiti con attenta cura su una cassa di legno chiaro e impreziosita nel contrasto dei drappi bianchi e neri, così richiamando private evocazioni che per Foresti si direbbero il mondo classico della sua giovinezza a Napoli.

.Nel 1952, Foresti dipinse La Scuola di Pittura, una tela impegnativa in cui sembra dar voce, piuttosto che illustrare, alla vita quotidiana in una delle aule al primo piano dell’Accademia di Belle Arti di Firenze che ancora oggi mantiene la sua destinazione……… Nel cogliere senza enfasi la serietà interiore e la disciplina richiesta alla via della pittura, Foresti dà rilievo alla coralità di allievi concentrata nell’impegno intorno a una modella dall’aria assorta, seduta con domestica eleganza, che presta la sua nudità allo sguardo e ai pensieri dei giovani che lo possono trasfondere in immagini rivelatrici di sentimenti e di vedute nuove, in virtù di un provarsi continuo di sé e di un aprirsi a tempi di momentanea bellezza nel vivere quotidiano.

Ma il dipinto, che aggiorna atmosfere di tardo Ottocento, in locali dove per decenni aveva impartito il suo insegnamento Giovanni Fattori, potrebbe essere letto nell’ambito dell’interesse osservato da Foresti sul lavoro. In luogo del mondo industriale, il Nostro sembra qui indagare l’operosità nel campo artistico, o meglio l’apprendimento e la preparazione alla pittura: un apprendistato mentale e tecnico continuo e durissimo che ogni arte necessita per essere “seria e sincera”, sotteso nel tenore quieto della lezione quasi a evocare le antiche botteghe medievali. Il modo di Foresti di vedere la pittura non contemplava l’automatismo “degli impulsi esterni” né ripetizioni di pensieri propri a certo astrattismo, modalità invece necessarie alla migliore attuazione di molti lavori manuali, dove la pratica reiterata dei gesti diventa sicurezza e garanzia dell’operare e della finalità qualitativa dell’oggetto.

   Cristina Frulli, Professoressa presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze

Alcuni giudizi contemporanei sulla pittura di Renato Foresti

…. La pittura di Renato Foresti è leggibilissima, dalla prima pennellata all’ultima. È leale e inequivocabile. Il caso che un giorno favorì perfino Apelle con il famoso lancio della spugna intrisa di colori, non è mai sfruttato dal nostro artista. Anche se spesso si compiace di qualche sciabolata azzardosa, se lo può permettere perché la sua precipua dote è di bloccare immediatamente l’immagine che vuol rappresentare.

   Piero Bernardini, articolo su Luci Toscane n. 7, ottobre 1959

 

…. L’arte del Foresti è generosa, spontanea, felice. Comunica la felicità che l’artista ebbe dinanzi alla intatta tela, allorquando dette l’appuntamento all’immagine vagheggiata. Questa immagine è sempre colta dalla vita quotidiana; dall’innocente sorriso della figliola alla vivacità del giardino di casa; dalla golosità di un frutto maturo all’asprezza delle crete di una collina; dalla dolcezza melanconica di una campagna autunnale alla festosità di una spiaggia estiva; dal rabesco di una pianta alle rigide linee di un impianto industriale. Senza riserve. Perché ad ogni volger di sguardo l’occhio di un’artista incornicia un quadro oltre quello accomodato con le morte cianfrusaglie dello studio.

Piero Bernardini, brochure della mostra personale all’Accademia delle Arti del Disegno, maggio 1958

…Questa mancanza di dilettantismo si rivela soprattutto nel fatto che il Foresti si è dedicato per anni, e per circa un decennio, quasi esclusivamente a pitture, di cui qui abbiamo ottimi esempi, che avevano per tema gli stessi strumenti del suo lavoro industriale: stabilimenti, raffinerie, fabbriche, torri metalliche, enormi tamburlani, ferrei tralicci; macchine d’ogni uso e d’ogni specie. L’arte insomma per lui non è evasione né divertimento ma mezzo per riflettere sul suo proprio mondo e celebrarlo

Giovanni Colacicchi., La Nazione Italiana, 30 aprile 1958

…..Foresti è un pittore che vive nella maniera più intensa i problemi dell’arte dei nostri giorni e dalla loro stessa difficoltà trae il desiderio e l’energia per superarli.

Giovanni Colacicchi, nota per Radio Firenze, 24 aprile 1958

 

…..dalla sua attività  professionale trae spunti e motivi per la sua pittura: si spiegano così le grandi visioni dell’officina, i serbatoi rosseggianti, i cumuli neri di carbone, i tetti allineati dei capannoni. E si spiega altresì la segreta corrente poetica che Foresti scopre in tutti questi soggetti: una corrente non casuale, ma che si rafforza dalla consuetudine, dalla scoperta fatta ora per ora che è la vita vera di un mondo tutt’altro che arido.

Paolo Emilio Poesio, Nazione Sera, 24 aprile 1958

 

…..Tutte le sue opere sia di paesaggio che di figura o di natura mora hanno una pennellata fresca e decisa e parlano con una vena felice di rappresentazione e di esecuzione. Molto curata la tonalità e ben risolti i volumi ed i piani.

  1. B., L’Avvenire d’Italia, 27 aprile 1958

…. Vi sono nella mostra che egli tiene in questi giorni all’Accademia delle Arti del Disegno, notazioni rapidissime di figure e di paesaggi, fra cui specialmente un autoritratto, che per la sua immediatezza d’affresco pompeiano fa pensare alla cultura e anche alle origini partenopee del pittore

Giovanni Colacicchi, La Nazione Italiana, 30 aprile 1958

 

….il vivace ritratto di Livia, animato da una sottile indagine psicologica e “Impianto industriale” in cui la visione pittorica diviene più tersa e significativa, e un certo qual respiro muove la congerie silenziosa delle attrezzature

L.F., L’Unità, 24 aprile 1958

 

…Questi della saletta della Torre, che arrivano dopo molte altre mostre di Napoli, Roma e Firenze, sono bei disegni, taluni preziosi come incisioni. Ce n’è di lineari e di tonali, o, come spiega l’autore, molecolari, in cui ombre e contorni risultano da una scomposizione sapientissima di piccoli tratti: e vediamo le forme nascere quasi per miracolo, talune davvero in luce di sogno.

Omero Cambi, Trasmesso da Radio Firenze il 25 febbraio 1955

 

…Ciò che piace, nei suoi disegni, è il nitore del tratto, la semplicità della costruzione, l’onestà e la grazia del linguaggio, visibili soprattutto nel “Balcone romano” e nelle delicate nature morte.

Vice , La Nazione Italiana, 7 marzo 1955

….nella larga e impaziente laboriosità di questo pittore non mancano sprazzi veramente efficaci di lirismo, costruttività felice e giustezza di accordi tonali.

Oscar Gallo, L’Unità, 8 aprile 1953

 

Toutes ses oeuvres, largement traitéès dans une pâge riche et savant montrant que l’autodidacte est passé maître, sont bien équilibrèes, sensibles, la pluspart étant autant de petite drames, d’une haite portée philosophique

La Revue Moderne, Parigi,1 gennaio 1952

 

…. Siamo di fronte ad un racconto sincero, sentito nella sua spontanea emozione e subito fermato coi pennelli in un coloreintonato e sempre fresco, ove i chiari predominano, lungi da cupi drammatismi e da elaborate trattazioni.

…. una sapiente analisi e una sintesi affidata a pochi ma efficaci mezzi espressivi, un ritmo uniforme che accomuna i più disparati temi, un senso di intimità goduta in silenzio, tutto un sapere di placida e calma serenità.

Ubaldo Baldini, Pomeriggio, 20 gennaio 1950

 

…. Egli non lavora per rendersi gradito a chi lo osserva e a chi può acquistarlo, ma lavora per sé, per soddisfare il suo incontenibile desiderio di rendere quel che vede e quel che sente; soprattutto quel che sente; e siccome il suo sentimento è nobile e fine per nobiltà e finezza della sua educazione, così egli dà sempre nelle sue pitture finissime espressioni personali e non inceppate da scolastica.

Vieri Torelli, Corriere degli Artisti, 15 novembre 1950

La pennellata è succosa, il quadro ben tagliato, la visione d’insieme accogliente. Come in letteratura tutto è tragediabile, così nell’arte della pittura ogni oggetto, anche il più arido, può trasformarsi in musica di colore, quando l’occhio che osserva sia limpido e la mano che dipinge saputa…

…Il nostro Pittore possiede equilibrio e misura; nelle sue opere presenti non vedi il tessuto del disegno che è nervosamente vivo; il colore, l’impasto della pennellata coprono il blocco della macchina che palpita dentro: e, lì, sta il talento espressivo che è arte.

***, Realtà, 20 gennaio 1950

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